Oceania: un capolavoro!!

 

Oceania è un capolavoro, punto.

 

La figura di Vaiana, il messaggio ecologico che veicola, la ricerca della propria identità, la grafica eccezionale, le musiche bellissime, tutto fanno di questo film (perchè è davvero riduttivo chiamarlo cartone animato) un classico da inserire tra i migliori prodotti della Disney.

La storia è semplice: circa duemila anni fa vive Vaiana, figlia del capo della comunità in cui vive, è destinata a sua volta a diventare leader del suo popolo. Pur amando la sua terra, sente che qualcosa le manca. E sarà grazie al suo spirito volitivo che fin da piccola l'Oceano la sceglierà per essere colei che riporta il semidio mutaforma Maui a riconsegnare il cuore alla dea della natura Te Fiti, che lui aveva rubato millenni prima.

Senza quel cuore la natura sta perdendo forza e il popolo di Vaiana rischia di morire di fame.

 

I punti di forza del film sono davvero tanti:

 

La figura di Vaiana. Vaiana non è la classica “ribelle” che vuole solo liberare se stessa. Lei è già libera (anche se qualcosa le manca): sarà un capo. Ama il suo popolo e la sua terra. E' orgogliosa di quello che diventerà. La sua ricerca nasce proprio dal voler salvare la sua gente da una fine certa. Il suo personaggio cresce, si perde d'animo, ritrova fiducia. Giungerà a portare a termine la sua missione grazie al grande cuore che dimostra di avere.

 

Gli altri personaggi. Da Maui dio mutaforma dalla fortuna in ribasso a cui Vaiana restituisce la fiducia in sé stesso, alla meravigliosa figura della nonna, i personaggi di contorno sono ben studiata e ben presentati, e con pochi tocchi trasmettono se stessi allo spettatore.

 

Le musiche. Si esce dalla sala cantando “Oltre l'orizzonte” e tutta la colonna sonora è assolutamente perfetta.

 

Il messaggio ecologico. Se non rispettiamo la natura, se prendiamo senza dare, non andremo lontano.

 

Il messaggio politico. Ogni capo della comunità di Vaiana deve mettere una pietra sul monte più alto. Il motivo è che ogni capo deve lavorare per far crescere la propria comunità: messaggio che i nostri politici dovrebbero tatuarsi in fronte.

 

Sono tre giorni che parliamo di questo film, a casa, rivivendo le scene più belle: ed è stato addirittura giudicato migliore di Frozen.

 

Io da mamma, aggiungo una riflessione personale. In Oceania si parla del rif, che è quel punto della barriera corallina che sfocia nell'Oceano. E' il punto più difficile da superare, una vera porta verso l'ignoto. Ecco il mio rif l'ho superato quando sono nati i figli: e sono dell'idea di Vaiana.

 

Ne è valsa davvero la pena.

Daniela, founder e Ceo del sito "C'era una mamma", marchigiana, copy freelance ed esperta di comunicazione, mamma di Tommaso e Matilde.

Ti potrebbe interessare

Blog

I figli non sono nostri

Partiamo da un presupposto: davanti ad un figlio in pericolo, le nostre convinzioni valgono meno di meno di niente.

Non può esistere idea, ideale, credo più importante della vita del nostro bimbo.

Si tratta di scendere a patti con noi stesse. Ma si tratta anche di capire la misura dell'amore che abbiamo davvero per l'essere che abbiamo messo al mondo. Un amore che deve andare oltre tutto.

 

Che, come successo a Udine, i medici siano stati costretti a chiamare la Procura, davanti ad una donna che si rifiuta di far tagliare il cordone ombelicale del figlio, nonostante un'evidente sofferenza che mette in pericolo la vita del neonato, è un po' la cartina di tornasole di quello che stiamo vivendo.

 

E' in atto, secondo me, una regressione: un ritorno della concezione di figlio da soggetto a oggetto.

La generazione prima della nostra ha lottato con le unghie  e con i denti per sottrarsi al padre padrone che imponeva scelte di vita spesso scriteriate basate solo sul fatto che "bisogna ubbidire".

E la generazione ancora prima era riuscita a sganciarsi dalle pastoie di un'esistenza dove persino l'amore (non sempre eh) era deciso  dai genitori.

 

Ora ci troviamo davanti a genitori che si sentono possessori in toto. A genitori che si ergono a giudici di vita, spesso per figli troppo piccoli per poter anche solo tentare una ribellione.

E così ci sono quelli che impongono orari e impegni massacranti ai bimbi dell'asilo, per crescere dentro casa il futuro Mozart o il futuro Ronaldo.

Ci sono le madre e le nonne che sgomitano nei backstage di sfilate per bimbi, con la scusa che tanto si divertono.

Ma ancora più grave ci sono genitori che non legano i figli al seggiolino, con la scusa che il figlio è mio e decido io.

 

Decido io se voglio dargli un nome ridicolo, se voglio regalargli un gioco pericoloso, se voglio metterne a rischio la vita. Decido io: una rivalsa quasi, un desiderio di potere che lascia senza parole.

Salvo poi, una volta che il bambino è cresciuto, lasciargli mano libera su tutto, con rischi altrettando grandi.

 

Gente che, perchè capace di generare, si sente al di sopra di tutto.

Gente che dovrebbe semplicemente fermarsi a riflettere su cosa sia davvero il bene per il proprio figlio.

E dirsi "Decido io, ma cerco di farlo nel modo migliore e non per partito preso: perchè lo amo, perchè voglio che sia sano e felice".

 

Perchè è per lui, non per me.

 

 

Blog

Toy Boy a chi?

Gentile Signora Morvillo,

volevo rispondere al suo articolo a nome di tutte quelle che come me hanno accanto un uomo più giovane e si sono scassate gli zebedei a sentirlo chiamare Toy Boy.

Sono articoli come il suo, che ripercorrono con curiosità pruriginosa e indiscreta il mistero di una donna più ageè legata ad uomo più giovane, che rendono la nostra strada ancora più in salita.

 

Perchè solo quando smetterete di stupirvi del fatto che una donna e un uomo possano innamorarsi al di là del dato anagrafico, saremo davvero libere.

 

Ho incontrato mio marito quando lui aveva 22 anni e io 30. E non smetterò mai di ripetere che la sua maturità e la sua capacità di costruire una relazione sana erano imparagonabili con i trenta-quarantenni che avevo avuto la sfortuna di frequentare fino a quel momento.

 

E posso assicurarle che non ero alla ricerca dell'eterna giovinezza, come scrive, né di un ragazzetto usa e getta. In realtà non cercavo proprio nulla, ma la sua presenza mi ha regalato una felicità che avevo pensato davvero di non trovare più. Peccato che la nostra storia sia stata amareggiata dai rompicoglioni che continuavano a ritenere me la predatrice e lui la vittima.

 

L'ho scritto infinite volte. Davanti a quegli otto anni non contava più la mia intelligenza, la mia cultura, la mia bellezza, il mio cuore e il mio cervello. La gente intorno a me non faceva altro che calcolare: ehi quando tu avrai 40 lui ne avrà 32 e ti lascerà per una di venti!

 

Che poi sarebbero 12 anni di differenza: ma a quel punto se lui è più vecchio non conta, vero?

 

A 24 anni il “toy boy” è diventato papà: e conosco parecchi maschi della mia età che ad una simile notizia sarebbero scappati in Parguay. Lui è rimasto: e in fondo non ha fatto niente di che, perchè quel figlio l'avevamo fatto in due.

 

Oggi mi guardo intorno e vedo i miei coetanei cristallizzati in una imperfetta giovinezza, parlare solo di serate e poco altro. E sono circondata (sarà un caso) di donne felici che hanno unito la loro vita a uomini più giovani.

 

Forse un giorno, quando una faccia liscia e un culo perfetto smetteranno di essere il biglietto da visita che tutte si sentono in dovere di presentare per avere in cambio un po' d'amore, questa storia dei toy boy smetterà di interessarvi e saremo tutti semplicemente donne e uomini innamorati.

 

Nell'attesa, magari, fatevi una vita.

 

Cordialmente

 

 

Daniela Zepponi

Blog

L'estate dei bambini

L'estate dei bambini ha una luce speciale: è come se il sole fosse più luminoso, visto attraverso i loro occhi, mentre si rincorrono sul prato.

 

E' come se la libertà tornasse bambina anch'essa, e diventasse assoluta e totale come solo i piccoli possono essere. Una libertà che ha il profumo della loro pelle abbronzata, il suono della loro risata quando li scopri a nascondino.

 

L'estate è una stagione benedetta per i bimbi, che dormono quanto vogliono, mentre la luce del sole filtra dalle persiane e da ai loro capelli riflessi giocosi. È il momento di lasciare da parte i compiti e tutto il resto, di correre a piedi nudi scalciando le ciabattine, di sporcarsi di gelato dalla testa ai piedi.

L'estate è l'istante delle scoperte, dei nidi nascosti tra le siepi, dei pomodori appena raccolti dall'orto dei nonni, così rossi e perfetti che sembra quasi peccato mangiarli.

 

È il momento della caccia alle lucertole, delle stelle cadenti la sera, quando accocolati tra le braccia di papà si scopre che oltre al mondo che conoscono ce n'è un altro fatto di luci lontane, verso le quali si vorrebbe volare.

L'estate è imparare ad andare in bicicletta, è il periodo delle ginocchia sbucciate, delle meduse antipatiche, che però non li fermano mai e il loro sorriso quando ti portano una conchiglia o un sasso strano e il loro orgoglio quando iniziano a nuotare da soli, e la loro bellezza quando te li stringi così forte che vorresti rimmetterteli dentro al cuore, ti lasciano senza parole.

 

L'estate è tutta un profumo, alla scoperta del basilico, della salvia, del timo, della menta, che solletica il loro nasetto quando li mandi a cercare gli aromi per preparare la cena.

Ma l'estate è anche il tempo nostro. È indugiare a letto mentre loro ci raggiungono per fare la lotta, è la colazione tutti insieme, è inventarsi una gita dell'ultimo minuto e passare la giornata a scoprire posti bellissimi.

 

L'estate sono le coccole anche se fa caldo, vedere i loro occhi che cambiano colore col sole, fare una passeggiata la sera senza pensare al lavoro il giorno dopo.

 

Benedetta l'estate dei bambini, e anche quella dei grandi, se possiamo passarla cuore a cuore con loro.

Buona estate a tutti!

 

 

Blog

L'ultima attesa

 


Esattamente 5 anni fa, alle 14 del pomeriggio, me ne stavo perplessa e digiuna seduta in una stanza dell'Ospedale di Macerata. Perplessa perchè avevo mille cose da fare e mancava una settimana all'arrivo di Matilde, digiuna (e in quel momento era la cosa in assoluto peggiore) perchè avevo fatto la visita prechirurgica in attesa del cesareo che mi aspettava la settimana dopo.

E invece di tornare a casa a finire la valigia, invece di andare all'incontro con la Giunta che mi aspettava nel pomeriggio e a quello con Consiglio comunale della sera, si erano accorti che Matilde aveva già praticamente un piede fuori e non volevano nemmeno mandarmi al bar a mangiare qualcosa.

 

Io avevo il cuore pesante, perchè ero uscita di casa di corsa, lasciando Tommy con mia mamma, e contavo di tornare per le 11 e continuare il giro delle cose da fare. Non lo avevo preparato alla nostra separazione, ne avevamo parlato, ma non l'avevo salutato sul serio. Lui era il mio folletto riccio e biondo, che la sera passava le ore a parlare alla sorella ancora chiusa nella mia pancia. E quella mattina con le analisi che mi aspettavano e le varie visite gli avevo dato un bacio volante e gli avevo detto ci vediamo tra poco.

 

E mi ero ritrovata seduta su quella seggiola, senza un pigiama, senza la valigia, a dare indicazioni di lavoro alle persone che contavano su di me in quei giorni. A sentire quei dolori che diventavano sempre più forti.

 

Sono le ultime ore della vita in cui aspetto di conoscere un figlio e ultime ore in cui mi appoggio le mani sulla pancia per sentire le giravolte della mia adorata, gli ultimi minuti in cui provo a immaginare come sarà, prima di averla vista. Sono ancora una navicella spaziale che traghetta un bimbo dal nulla al nostro mondo. Sto per terminare il mio viaggio e lo faccio con un po' di anticipo.

 

Sono spaventata per tutto quello che mi aspetta e più di tutti per il buio dei giorni e delle settimane dopo il parto.

 

Per l'ultima volta mi specchierò in due occhi nuovi di zecca, per l'ultima volta terrò una manina minuscola tra le mie e ne conterò le dita, e poi quelle dei piedi, e sentirò quell'odore che ho ancora ben stampato nella memoria, che hanno i piccoli appena nati.

 

Ma in quel momento sono così presa dal pensare a tante cose che il tempo vola via, e arrivano mio marito e Tommaso e se ne vanno poi la sera, e i medici pensano di farmi il cesareo d'urgenza di notte, ma io sono terrorizzata all'idea che Tommaso a vedere scappare via il papà si senta davvero abbandonato. E così mi fanno un'iniezione e poi vado in silenzio in bagno a pestare i piedi per il dolore e parlo con Mati. Ti prego amore mio, ti prego, aspetta ancora un po', che la mattina è vicina. E così fa. E me la immagino che si gira su un fianco come fa adesso che è ora di andare a scuola e invece di alzarsi vuole riprendere sonno.

 

 

Ci faremo compagnia per l'ultima notte una dentro l'altra. Io sognerò lei. Lei forse, avrà sognato me.